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Ricerca dell’ospedale Mauriziano evidenzia un legame tra infelicità e traumi: «E’ la mente a procurarli» Un pianista torinese alla vigilia della tournée più importante della sua vita, quella che po­trebbe spalancargli le porte del successo, si ferisce le mani con un coltello da cucina. Una giova­ne e bella vedova di Ivrea, perplessa di fronte alla corte di un nuovo aspirante fidanzato, inciampa contro una vetrina e si sfregia il volto.
E’ colpa della sfortuna o del caso? No, quelle ferite sono il grido disperato dell’anima, l’espressione fisica di un dolore o di un’ansia che la mente non è in grado di sopportare. Che il corpo possa essere la valvola di sfogo di disagi psichici è un fatto risaputo, i casi di malattie psico-somatiche sono diffusissimi, ma la ricerca dell’ospedale Mauriziano va oltre, riguarda il legame tra infelicità e traumi fisici. L’indagine svolta dal reparto di chirurgia plastica insieme a un gruppo di psicologi e Daniela Vigna, docente di psico­patologia dello sviluppo all’Università di Torino, è disarmante: il 90 per cento dei pazienti che si è ferito alle mani e al viso ha avuto problemi di carattere psicologico.
Una giovane vedova di fronte alle avances del nuovo fidanzato finisce in una vetrina e si sfregia il volto.
La tensione per un cambia­mento in vista è insostenibile? Il dolore per un lutto blocca qualsiasi slancio verso il futuro? Se manca l’elaborazione ver­bale e consapevole, ci pensa il corpo a segnalare il disagio. «Le mani e il volto sono lo specchio dell’anima – osserva il dottor Ugo Crovella, primario di chirurgia plastica al Mauriziano – per questo diventano l’oggetto su cui si scarica più facilmente un trauma psichico». Considerazioni avallate anche da una studio d’oltre oceano. Julio Granel, psichiatra e psicanalista argen­tino, co-rettore del Centro ricer­che psicologico per la prevenzione degli incidenti di Buenos Aires: «Dietro un giovane automobilista che sfida il limite di velocità e si schianta contro un’altra auto, si nasconde la difficoltà ad emanciparsi dal padre. Una madre che, poche ore dopo la morte del figlio, si amputa, apparentemente per caso, il dito di una mano è incapace di affrontare il lutto». Un meccanismo inconscio – la frase più ricorrente degli infortunati è «chissà a che sta­vo pensando, è stata la distrazio­ne di un attimo» – che può causare seri danni alla salute di una persona. «Può sembrare strano – prosegue la psicotera­peuta Manuela Tartari -, ma per il pianista torinese è stato meno choccante rovinarsi la mano piuttosto che affrontare l’ansia di un cambiamento, seppur positivo come poteva essere la tournée in Giappone».
Ma perché scatta questo meccanismo inconscio? «Chi è in uno stato di inquietudine – spie­ga la psicologa Francesca Giada Cereser – spesso non avverte il senso del pericolo, è troppo preso dalle sue paure e così finisce per perdere di vista quelle relative alla realtà che lo circondano». Lo psicologo Luca Rollè aggiunge: «Le persone che non si rendono conto della loro angoscia esistenziale finiscono per perdere di vista, anche se per brevi momenti, il contatto con la realtà e i pericoli che ne possono derivare. Per questo subiscono degli incidenti apparentemente casuali».
E, come se non bastasse, molti tendono a ripetere il ge­sto. «Quando la ferita del corpo non compensa quella dell’anima – conclude il dottor Crovella – il paziente può reiteare l’infortunio. Fondamentale, quindi, l’assistenza psicologica in ospedale, a partire dal reparto di chirurgia plastica: solo così si può migliorare il percorso diagnostico-terapeutico».
Ansia, dolore, paura sono – secondo un’indagine svolta da un gruppo di psicologi – alla base di molti traumi che possono sembrare banali incidenti e che invece sono spie di disagi interni. Il 90 per cento dei pazienti che si è ferito alle mani e al viso ha avuto problemi di carattere psicologico.

Grazia Longo (La Stampa)

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