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Non solo cuore, non solo cervello.

Le discipline olistiche, come lo shiatsu, sono permeate da un principio adattativo al cambiamento. Infatti la vita è in costante cambiamento, in evoluzione, e la filosofia orientale con i termini Yin Yang cerca di semplificare le forze in gioco non come semplici contrapposizioni ma come elementi in continuo mutamento e trasformazione che si evolvono trasformandosi l’uno dell’altro.
Che cosa si intende con questa idea di poli alternati?
È interessante notare innanzitutto che la corrente elettrica domestica è un movimento che prende il nome di corrente alternata, quella che utilizziamo normalmente all’interno delle nostre case; esiste anche la corrente continua ma ho usato l’esempio della corrente alternata per indicare come il movimento della vita si è basata su continui cambiamenti ciclici che tutti possiamo osservare, come ad esempio l’alternarsi del giorno e della notte.
Questo cambiamento naturale ma anche artificiale, cioè costruito dall’uomo, come ad esempio l’invenzione della luce artificiale, ha modificato sostanzialmente le nostre vite liberandoci da quella che era una predeterminazione.
L’argomento di questo articolo è la relazione tra il cambiamento e la guerra.
George Osawa e Michio Kushi, Maestri del pensiero macrobiotico, ma anche il fondatore della Psicosintesi, Roberto Assagioli, ammonivano che il pacifismo o imperialismo non erano altro che due poli cristallizzati all’interno di un mondo in evoluzione. Infatti come abbiamo detto i poli, le polarità, esistono nella vita quotidiana. Gli esseri umani tendono a cristallizzarsi in una determinata posizione o opinione o punto di vista o lavoro perché questo dà sicurezza. Sappiamo di aver conquistato qualcosa, sappiamo di essere un’entità definita.
Questa cristallizzazione ci dà gioie e dolori.
Da un lato la sicurezza di poterci auto definire, dall’altro la sofferenza di restare immutabili, cioè senza possibilità di cambiamento e di nuove esperienze vivificanti.
Una larga parte delle discipline olistiche che riguardano l’evoluzione personale incitano al cambiamento. Però ciò non vuol dire che cambiare costantemente sia un bene di per sé anche perché rende alquanto instabili e soprattutto poco credibili.


Il Taoismo assieme al Buddhismo ha trovato una sua sintesi nel buddismo zen. A sua volta lo zen shiatsu del maestro Masunaga ha trovato terreno fertile nelle arti curative orientali e nella filosofia orientale per potersi ampiamente diffondere in Occidente come disciplina antica ma necessaria allo sviluppo umano.
Il buddismo zen ha quindi influenzato la filosofia sottostante alle discipline curative orientali.
C’è uno scritto orientale particolarmente interessante che è un testo taoista, l’arte della guerra, che insegna quali siano le scelte migliori da attuare in caso di guerra, intesa come arte necessaria soprattutto in un mondo civilizzato come la Cina antica invasa periodicamente dalle popolazioni mongole.
Questo testo è un esempio dell’applicazione del principio di alternanza dello Yin Yang.
È sostanzialmente una visione di interdipendenza che non ha quindi alcuna tensione nel definire cosa sia giusto o sbagliato, bensì come sia meglio intervenire in un dato caso.
Il pensiero occidentale ha dedicato invece moltissimo tempo a definire cosa sia il bene e il male.
Il cristianesimo ha influenzato fortemente questa ricerca e attraverso la sua struttura, la chiesa, ha costruito momenti di assoluta e suprema eticità e momenti di assoluta inciviltà; facciamo riferimento per esempio ai momenti bui delle crociate, dell’inquisizione, del Dio degli eserciti. Ancora recentemente in questo secolo la Chiesa ortodossa ha benedetto gli eserciti in una straordinaria capriola di non senso rispetto ai 10 comandamenti.
L’argomento filosofico che dovrebbe colpire al cuore chi fonda la sua filosofia curativa è: come affrontare la guerra usando i cosiddetti occhiali magici dell’ordine Yin Yang?
Il discorso quindi è abbastanza complesso perché non c’è uno schema rigido di riferimento, anzi questo sistema di riferimento viene costruito sulla situazione specifica dando un responso che è relativo a quella situazione ovvero è personalizzato o contestualizzato. Quindi può variare in un altro contesto e con altri fattori.
Questo è molto utile per esempio per quanto riguarda la salute individuale perché permette di avere una visione estremamente personalizzata e basata su quelle che sono le evidenze del momento…
Ma qui il discorso è sulla guerra.

Ma ecco le parole di Bobbio.

“La teoria della guerra giusta, in quanto teoria intermedia tra le teorie bellicistiche e quelle pacifistiche, ha assolto nella storia due funzioni diverse: ora è stata accolta per negare la validità delle prime, ora è stata accolta per negare la validità delle seconde. Nella teologia cattolica, a cominciare da S. Agostino, ha assolto la prima funzione: si trattava allora di confutare la tesi, attribuita ai primi padri della chiesa, che da alcuni passi e dallo spirito del Vangelo si dovesse trarre il principio della condanna assoluta della guerra e che quindi ogni guerra fosse sempre illecita. Nella rinascita del giusnaturalismo dopo la prima guerra mondiale, la teoria della guerra giusta, da tempo abbandonata, è stata resuscitata per assolvere la funzione contraria: si trattava, questa volta, di confutare le teorie realistiche della storia e della politica che avevano in vario modo esaltato la guerra ed erano giunte alla conclusione che tutte le guerre sono lecite.
Le difficoltà cui il tentativo di distinguere guerre giuste e guerre ingiuste è andato sempre incontro, sono note. Lasciando da parte per ora le guerre di difesa, il denominatore comune di tutte le teorie è sempre stato il riconoscimento della giusta causa a quelle guerre di offesa, il cui scopo è la riparazione di un torto subito o la punizione di un colpevole. In questo modo la guerra è stata assimilata ad una procedura giudiziaria, cioè a un espediente per risolvere una contesa sorta tra soggetti che non ubbidiscono ad una legge comune. Ma proprio questa assimilazione ha finito per mettere in evidenza la debolezza della teoria.
In ogni procedura giudiziaria si distinguono il processo di cognizione e il processo di esecuzione. A prima vista può sembrare che la guerra si presti a giustificare il confronto con la procedura giudiziaria per quel che riguarda almeno il processo di esecuzione: la guerra come esecuzione forzata o come pena, in una parola la guerra come sanzione, cioè la forza al servizio del diritto. Ma per quel che riguarda il processo di cognizione? Sotto questo aspetto la teoria mostra una grave debolezza, almeno per due ragioni: un processo di cognizione è tanto più in grado di assicurare la discriminazione del giusto e dell’ingiusto, e quindi di stabilire una linea di confine tra la ragione e il torto, quanto più si ispira ai due princìpi fondamentali della certezza dei criteri di giudizio e della imparzialità di chi deve giudicare. Nella dichiarazione e nell’attuazione di una guerra, né l’uno né l’altro principio vengono rispettati: non il primo, perché la lunga tradizione di teorie sulla guerra giusta è fallita proprio nel tentativo di stabilire un insieme di criteri comunemente accettati (onde non c’era guerra che non trovasse in questa o quella dottrina il proprio criterio di giustificazione); non il secondo, perché chi decide della giustizia o ingiustizia della guerra è la stessa parte in causa, non un giudice al di sopra delle parti. Da questi due caratteri che contraddistinguono la dichiarazione e l’attuazione di una guerra rispetto al processo di cognizione nasceva l’inconveniente già più volte lamentato dagli stessi sostenitori della teoria, cioè che una guerra poteva essere giusta da entrambe le parti. E’ chiaro che per una procedura il cui scopo è di stabilire chi ha ragione e chi ha torto non c’è maggior prova del suo insuccesso che il dover prender atto alla fine che tutti e due i contendenti hanno ragione. Il riconoscimento che la maggior parte delle guerre erano giuste da entrambe le parti fu una delle ragioni che, sollevando forti dubbi nella mente dei suoi stessi sostenitori, finì per aprire il varco alle critiche e segnò l’inizio della decadenza della teoria della guerra giusta.
A guardar bene, anche rispetto al processo di esecuzione, il confronto tra guerra e procedura giudiziaria è fallace. Per “sanzione” si intende un qualche male inflitto a colui che ha violato una regola giuridica. La sconfitta è certamente un male: ma quale garanzia offre un conflitto armato che il male o per lo meno il maggior male sia inflitto a chi ha torto? La guerra è una procedura giudiziaria in cui il maggior male è inflitto non a chi ha più diritto ma da chi ha più forza, onde si verifica la situazione in cui non già la forza è al servizio del diritto ma il diritto finisce per essere al servizio della forza.
In sintesi: una qualsiasi procedura giudiziaria è istituita allo scopo di far vincere chi ha ragione. Ma il risultato della guerra è proprio l’opposto: è quello di dar ragione a chi vince. Rispetto all’analogia tra guerra e sanzione, la guerra non è una procedura giudiziaria, ma un giudizio di Dio.
Un’ultima osservazione globale: lo scopo principale di una procedura giudiziaria all’interno di un ordinamento è la restaurazione dell’ordine costituito. Si presume che l’ordine costituito sia giusto e che ogni attentato a quest’ordine sia ingiusto. Il processo è il mezzo con il quale l’ordine costituito (giusto) viene ristabilito contro ogni tentativo di rovesciarlo. La sua funzione è eminentemente conservatrice. Ma la guerra non ha sempre una funzione restauratrice: molto spesso, anzi, le guerre che appaiono giuste all’opinione pubblica più avanzata non hanno affatto lo scopo di conservare lo status quo, ma di sovvertirlo. Si pensi alle guerre d’indipendenza europee del secolo scorso e alle guerre di liberazione nazionale dei paesi extracoloniali. A questo proposito, se si vuole trovare un’analogia tra la guerra e un’istituzione giuridica, il termine di raffronto non è la procedura giudiziaria, ma la rivoluzione, cioè quell’insieme di atti che sono rivolti all’abbattimento di un ordinamento vecchio e all’instaurazione di un ordinamento nuovo. Di fronte a una guerra concepita come rivoluzione la distinzione tra guerre giuste e guerre ingiuste non ha più alcuna ragione d’essere: rispetto all’ordinamento contro cui muove, la rivoluzione è sempre, per definizione, ingiusta. La giustificazione della rivoluzione viene dopo, a cose fatte, quando l’ordinamento nuovo è costituito: ed è in questo ordinamento, non nel vecchio, che la rivoluzione trova i titoli della propria legittimità. È significativo il fatto che Grozio poneva tra le cause che escludono la giustizia di una guerra, accanto ad una causa che oggi considereremmo futile come “il rifiuto di un matrimonio”, anche la causa principale di una guerra rivoluzionaria, cioè “il desiderio di riacquistare la libertà perduta”. (De iure belli ac pacis, 11, 22, 11). Ma appunto la teoria della guerra giusta considerava la guerra come una procedura atta a ricostituire l’ordine, non a sovvertirlo.
Rimane il problema della guerra di difesa, che viene giustificata in base ad un principio valido in ogni ordinamento giuridico e accettato da ogni dottrina morale (tranne dalle dottrine della non violenza): vim vi repellere licet. Ma la strategia della guerra atomica permette ancora di mantenere la distinzione tra guerra di offesa e guerra di difesa? Vi sono due modi tradizionali di intendere la guerra di difesa: in senso stretto, come risposta violenta ad una violenza in atto; in senso largo come risposta violenta ad una violenza soltanto temuta o minacciata, cioè come guerra preventiva.
Nella strategia atomica la guerra di difesa in senso stretto ha perduto ogni ragion d’essere: essa è possibile solo in base al principio dell’eguaglianza fra delitto e castigo, cioè qualora vi sia una ragionevole probabilità per l’aggredito che il danno che esso può infliggere sia eguale al danno subìto. La strategia atomica smentisce questo principio: per quanto le potenze atomiche siano solite dichiarare che i mezzi atomici hanno soltanto scopi difensivi e verranno usati non per l’attacco ma solo per la difesa, gli esperti hanno formulato a più riprese la dottrina secondo la quale ciò che conta in una guerra combattuta con armi termonucleari è il primo colpo. Pertanto, chi attacca per primo si trova nella condizione favorevole per rendere inattuabile il principio dell’eguaglianza tra delitto e castigo, e quindi la guerra di difesa nel senso tradizionale della parola. In una guerra termonucleare l’attuazione rigorosa del principio dell’eguaglianza tra delitto e castigo condurrebbe al limite al suicidio universale.
Per quel che riguarda la guerra di difesa preventiva, combattuta con armi atomiche, essa è giustificata, in base al principio che la difesa deve essere proporzionata all’offesa reale o temuta, solo in un sistema bipolare o pluripolare di potenze atomiche: ma in tale sistema essa raggiunge il proprio scopo soltanto se riesce al primo colpo ad annientare l’apparato termonucleare dell’avversario cioè a impedire il contraccolpo, dal momento che la rappresaglia atomica, qualora sia ancora possibile, rischia di superare la soglia di distruzione tollerabile dalla potenza attaccante. Anche in questo caso la guerra di difesa atomica appare più come un progetto che come un evento realizzabile. Il che ci porta a concludere che allo stato dei fatti l’apparato termonucleare è più un mezzo per scoraggiare la guerra altrui che un mezzo per mettere in atto la guerra propria. A meno che si concepisca una guerra di brutale aggressione che tenda a realizzare la situazione opposta a quella su cui si fonda la guerra di difesa, non la situazione dell’eguaglianza tra delitto e castigo, ma quella del delitto impunito. Ma è ovvio che in questo caso siamo ormai al di fuori della guerra di difesa e cade ogni possibilità di giustificazione.”
(N. Bobbio, La guerra nella società contemporanea, a cura di L. Bonanate, Principato, Milano 1976)

yin Yang opposti complementari

Ancora due parole sulla violenza del pacifismo garantito. O l’essere pacifisti per gli altri.
Ci sono pacifisti che si definiscono equidistanti; che se l’equidistanza fosse sinonimo di equilibrio. Ma come fai a essere equidistante tra un aggredito e un aggressore?
Come fai a essere equidistante nel momento in cui c’è la volontà brutale di conquistare l’avversario.
Si può essere equidistanti fra due amici che litigano, ovvero non prendere parte alle ragioni dell’uno o dell’altro.
Anche in questo caso si può rischiare di essere allontanati dall’amico che pretende invece che voi prendiate le sue parti… Ma tra due avversari come si fa a non prendere parte, a decidere se si sta con l’aggressore o con l’aggredito? Come si fa a fare una sintesi tra pacifismo e bellicismo?
Così come non si possono vedere due amici che vengono alle mani e si interviene per dividerli, così non si può stare ad osservare con le mani in mano mentre l’aggressore più forte, più potente, più attrezzato, distrugge metodicamente l’avversario.
Questo non è pacifismo, non è equidistanza, non è sintesi degli opposti, bensì è cerchiobottismo. Ovvero dare un po’ la colpa ad uno, un po’ la colpa all’altro, un po’ ragione all’uno o all’altro.
Questo tipo di pacifismo è molto violento.
È violento quando tende a denigrare un avversario in modo da poterlo mettere sullo stesso piano dell’altro avversario.
È molto violento quando diffonde notizie false.
Ho visto persone che si definivano pacifiste diffondere le peggio notizie senza alcun controllo, con una violenza estrema, dichiarando la loro “neutralità”.
Si chiede invece al pacifista di prendere parte alla lotta che avviene tra i due contendenti. Di essere in grado di elevarsi da due opposti estremismi.
In guerra non stiamo parlando di un ring dove due pugili si affrontano secondo regole ben definite e con un arbitro che decreterà la vittoria in base a principi accettati da entrambi i contendenti. E anche dal pubblico.
Stiamo parlando di aggressioni criminali che avvengono aldilà delle regole, del farsi giustizia da soli, del non seguire alcuna legge. Di persone che osservano questo scempio lavandosene le mani.
Un pacifista prende parte alle operazioni di pace. Partecipa, è una persona che, nel pieno diritto di esercitare la sua opposizione alla guerra, si pone nella condizione di sostenere un percorso di pace.
In ciò agisce, come faceva Gandhi quando si rifiutava di comprare il sale dagli inglesi ovvero si sottoponeva a un rischio, trasgredendo la legge dell’oppressore.
Il pacifista che non trasgredisce, il pacifista che non si pone come oggetto della contesa, sceglie un’equidistanza cinica.
Il messaggio gandhiano era molto forte perché Gandhi poneva il suo corpo al servizio della pace, così come oggi lo fa in Russia l’oppositore politico di Putin, Navalny, per dare un senso e per comprendere chi pone il proprio corpo nella contesa.
Ed è abbastanza chiaro in questa contesa quale leader politico sta dietro ai bottoni e impone la sua superiorità e chi, pur essendo nella stanza dei bottoni, pone costantemente la sua immagine in discussione.
Ed usa le parole, come faceva Gandhi che, oltre alle parole, aveva dalla sua parte centinaia di milioni di persone contro qualche decina di migliaia di occupanti, e non aveva bisogno di armi per ottenere un riconoscimento.

Gianpiero Brusasco
Professionista Shiatsu con abilità di Counseling

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